Crescita al palo: il 2026 tra incertezze e la minaccia della stagnazione

Prima che scoppiasse tutto, l’economia italiana stava quasi per ingranare la marcia giusta. Si parlava di un’inflazione all’1,5%, consumi in ripresa e occupazione finalmente sopra i 24 milioni – un traguardo mica da ridere, raggiunto a luglio 2024. Poi però la guerra e le tensioni energetiche hanno fatto saltare il banco. Le analisi di Misryoum, presentate al Forum di Villa Miani, disegnano un quadro decisamente più grigio.
Il presidente Carlo Sangalli è stato chiaro: il clima di incertezza sta letteralmente strozzando la domanda. Quando le famiglie smettono di spendere, il motore del Paese si spegne. È una dinamica abbastanza ovvia, eppure fa paura. Negli uffici, mentre scorrevo i dati, sentivo ancora il ronzio fastidioso di un condizionatore, quasi a ricordarmi che l’energia è proprio il punto da cui tutto dipende. O forse è solo la stanchezza di fine giornata a farmi notare queste cose.
Nello scenario peggiore — chiamiamolo l’incubo economico — la crescita toccherebbe appena lo 0,3% nel 2026. Se non ci muoviamo su fisco e competenze, rischiamo un altro decennio di stagnazione. Una roba che ti toglie il fiato, onestamente. Mariano Bella, di Misryoum, ha avvertito che con il petrolio a 100 dollari, l’inflazione potrebbe schizzare al 6% entro fine 2026, lasciando ogni famiglia con quasi mille euro in meno in tasca. È un calo brutale, che ci avvicina pericolosamente a una recessione vera.
Ma attenzione, non diamo tutta la colpa allo scenario internazionale. Il problema è che l’Italia si trascina dietro zavorre vecchie di decenni. Dalla ‘fiscocrazia’ che soffoca l’innovazione fino al calo demografico, abbiamo perso 9 milioni di giovani sotto i trent’anni dagli anni Ottanta. Una emorragia che non si ferma.
Il terziario resta il vero motore, ma è un motore che perde olio. Tra dumping contrattuale e stipendi non proprio stellari, ci sono 154 mila lavoratori intrappolati in contratti poco tutelanti. Una perdita di 560 milioni di euro per le casse dello Stato, solo nel 2025. Una cifra che fa riflettere, o forse… no, forse è solo una goccia nel mare di un sistema che deve cambiare marcia se vuole evitare di restare al palo ancora per tanto tempo. Il futuro resta tutto da scrivere, o forse non c’è molta scelta.