Banca del Fucino verso Borsa: piano 2030 e 720 milioni

Banca del Fucino ha impostato una nuova traiettoria di crescita, sei anni dopo la resurrezione dalla gestione Torlonia, a un passo dal default, compiuta da un banchiere intraprendente e coraggioso come Francesco Maiolini, tramite il reverse merger di Igea banca, in pieno Covid.
E grazie alle performance realizzate, Maiolini può progettare un luminoso sviluppo strategico, tramite il nuovo piano industriale fatto di acquisizioni – Cassa Orvieto dopo l’estate e, in futuro, qualche altra opportunità nell’Italia centrale -, ottimizzazione di asset finanziari ed energetici, con vista in Borsa.
È un obiettivo storico per Roma, riportare le banche in serie A.
Maiolini, che è supportato da un salotto buono di azionisti – investitori istituzionali, imprenditori e finanzieri di successo -, lo spiega al Messaggero.
«Il percorso avrà quale coronamento, entro il 2030, la quotazione in borsa.
Roma non ha bisogno di una banca qualsiasi, ma di una banca rilevante.
Dobbiamo essere in grado di “giocare in serie A”, di attrarre capitali e di essere una protagonista della finanza italiana».
Cosa prevede nel dettaglio questo piano quinquennale prima di arrivare al listino?
«Il piano abbraccia un orizzonte di 5 anni con focus sull’attività bancaria tradizionale.
Prevede crescita organica con nuove aperture mirate e per linee esterne, tramite i progetti in corso e altre opportunità.
Puntiamo a una redditività a regime superiore ai 50 milioni annui e a un patrimonio a fine piano oltre i 720 milioni».
Qual è la sua più grande soddisfazione in questo percorso di crescita?
«Aver invertito il processo di disboscamento finanziario di Roma.
Abbiamo restituito alla città una banca storica in grado di essere un attore finanziario chiave nella Capitale e un polo aggregante nel Centro Italia.
Auspico che altri intermediari rilevanti possano condividere questo percorso».
Nel 2025 avete affrontato un’ispezione della Banca d’Italia durata diversi mesi.
Come si è conclusa?
«I controlli periodici della Vigilanza sono essenziali e rappresentano un punto di forza del sistema.
Come già avvenuto nel 2021, le osservazioni del 2025 ci hanno aiutato a rafforzare la struttura organizzativa.
Ci hanno permesso di attuare un fine tuning dei controlli interni».
In un mercato dove sportelli e piccole banche calano drasticamente, qual è la ricetta del vostro successo?
«L’ingrediente principale è credere in una banca che fa la banca.
La contrazione del settore (-19% di banche retail e -22% di sportelli in 5 anni) ha accresciuto l’importanza degli operatori tradizionali e di prossimità.
Al contrario, chi ha scelto focalizzazioni diverse dal credito tradizionale ha incontrato serie difficoltà».
I numeri approvati giovedì scorso dai soci mostrano un cambiamento radicale rispetto al passato.
Come descrive questo turnaround?
«È una svolta realizzata senza aiuti pubblici o di sistema e senza sacrificare posti di lavoro.
Abbiamo chiesto a Kpmg di comparare i nostri dati 2020-2025 con un panel di banche paragonabili e il risultato conferma il successo.
Il CET1 è passato dall’1,5% al 17,6% e i crediti problematici sono crollati dal 40% al 5,9%».
Qual è stato il responso dell’assemblea dei soci su questi risultati eccezionali?
«L’assemblea ha confermato la completa convergenza tra soci e management, anche sul percorso futuro del piano industriale.
Passare in 6 anni da un patrimonio negativo a uno positivo di 380 milioni di euro è un risultato eccezionale.
Abbiamo triplicato impieghi e margine d’intermediazione.
La nostra equity story dimostra che sappiamo cogliere traguardi ambiziosi».
Banca del Fucino, Francesco Maiolini, quotazione in borsa 2030, piano industriale quinquennale, CET1 17,6, crediti problematici 5,9