Trump e Meloni: il grande gelo dopo l’idillio di Mar-a-Lago

C’eravamo tanto amati. O forse era solo una facciata, chi può dirlo con certezza? Di sicuro, quel rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump, che all’inizio sembrava una sorta di luna di miele politica, ora appare come un lontano ricordo sbiadito. Ricordate le visite a Mar-a-Lago? L’aria che si respirava in Florida era quella di una complicità quasi tattica. Lui, il leader globale, la chiamava sempre “bravissima” o diceva di fidarsi ciecamente di lei; lei, dal canto suo, vedeva in lui un apripista, qualcuno capace di scardinare gli equilibri mondiali che sembravano inchiodati da decenni.
Sembrava una luna di miele, ma governare è un’altra cosa. Il peso di gestire un Paese come l’Italia, le dinamiche della Nato, il rapporto con l’Europa… tutte cose che ti costringono a scendere dal piedistallo della retorica. E la Meloni, pragmatica per necessità, ha iniziato a cambiare passo. Non è successo tutto in un giorno, sia chiaro. È stato un allontanamento lento, quasi faticoso, fatto di silenzi che pesano più di tante parole.
Sentivo stamattina il ticchettio insistente di un orologio in ufficio, un rumore secco che mi faceva pensare a quanto il tempo logori le promesse politiche.
Le divergenze sono diventate palesi. Trump, che odia essere contraddetto, non ha preso bene le posizioni della premier italiana. Dalla questione dei dazi — che lei ha definito pubblicamente un errore — fino alla cautela mostrata su certe tensioni internazionali, è apparso chiaro che Giorgia non fosse disposta a fare da semplice scudiera. E quando la Meloni ha preso le distanze anche dagli attacchi di Trump verso il Papa, beh, lì il vaso si è rotto definitivamente. “Inaccettabili”, ha detto lei. E lui, di rimando, ha iniziato a vederla come un ostacolo, non più come l’alleata fedele di un tempo. Forse lei voleva solo essere libera di decidere per l’interesse nazionale, o magari ha capito che seguire The Donald su ogni binario era un suicidio politico. O forse entrambe le cose.
Oggi le accuse volano pesanti: lui dice che lei non ha coraggio, che è cambiata, che non è all’altezza delle aspettative. Lei prosegue per la sua strada, cercando di barcamenarsi tra le esigenze europee e il legame storico con Washington. Una rottura inevitabile? Probabile. Quel che resta è la fine di una stagione, quella in cui bastava una pacca sulla spalla in Florida per sentirsi parte della stessa rivoluzione. Ora, invece, c’è solo il gelo di una realtà che ha riportato tutti con i piedi per terra, tra dazi, veti e distanze diplomatiche che non si colmano più con un semplice tweet o un complimento.