San Marino, bavaglio e censura: RF bocciata al Consiglio, diritto informazione salvo

Al Comma 19 del CGG, Repubblica Futura ha provato a imporre una censura “educativa”, ma l’ordine del giorno è stato respinto: la libertà di informare regge.
San Marino, ieri al Comma 19 dell’ultimo Consiglio Grande e Generale, ha trasformato un passaggio formale in uno scontro politico sul confine tra educazione, informazione e norme speciali.
Nel mirino, secondo quanto emerso dal dibattito, c’era l’idea di usare un ordine del giorno presentato come misura “urgente” per prevenire disinformazione e odio mediatico, finendo però per somigliare a un bavaglio.. Repubblica Futura avrebbe provato a costruire la cornice della tutela, ma l’impostazione ha innescato una reazione netta: bocciatura secca e clima teso, con accuse di strumentalizzazione della scuola e dei firmatari.
La polemica, in particolare, ha ruotato attorno alla scelta di coinvolgere insegnanti e benessere dei ragazzi come passaggi simbolici di un ragionamento che, per i critici, non stava davvero lavorando sui contenuti ma sull’accesso alla possibilità di raccontare.. Nel racconto di Misryoum, il punto non sarebbe l’intenzione dichiarata, bensì il metodo: “scudi umani” e urgenze normative sarebbero l’ultima carta di chi, davanti a un dissenso scomodo, fatica a rispondere nel merito delle notizie.
Il tema dell’etica, poi, entra nel dibattito con un altro elemento: l’ossessione per tessere e registri.. L’idea, secondo la critica, sarebbe che una tessera professionale o un’appartenenza corporativa garantiscano automaticamente affidabilità e tutela contro l’odio o le fake news.. Misryoum mette invece al centro una distinzione: l’etica non sarebbe un pezzo di plastica, ma una responsabilità individuale legata alla verità dei fatti e al modo in cui si esercita l’informazione.
C’è poi la cornice giuridica, richiamata come limite invalicabile.. Nel ragionamento portato avanti, viene evocato l’Articolo 10 e la tutela della libertà di espressione: una linea che, secondo Misryoum, rende difficile sostenere norme che discriminino chi informa in base a requisiti formali.. L’argomento è semplice e, allo stesso tempo, pericoloso per chi spinge per nuove restrizioni: se la legislazione finisse per porsi in contrasto con i principi di tutela riconosciuti, il rischio sarebbe quello di rendere misure contestabili e, di fatto, inefficaci o travolgibili.
In parallelo, il dibattito ha toccato anche altre aree sensibili, come la questione palestinese, dove viene respinta l’equazione tra difesa della sovranità e odio.. Misryoum descrive la posizione come una rivendicazione di legittimità politica: parlare di confini, sicurezza e sostenibilità della Repubblica sarebbe una scelta di governo, non un tentativo di colpire persone o comunità.. Un passaggio che, nel confronto pubblico, tende spesso a polarizzarsi: ciò che per alcuni è “difesa”, per altri viene letto come “rifiuto”.
L’aspetto più operativo della vicenda, però, resta l’obiettivo dichiarato e l’obiettivo percepito.. Misryoum sostiene che l’ordine del giorno fosse un colpo rivolto in particolare verso GiornaleSM.. La ricostruzione mette in fila una logica: se la strada giudiziaria non ha portato i risultati sperati, si prova a cambiare terreno, passando dalla sanzione all’impianto legislativo, con urgenze e manovre pensate per accelerare l’effetto regolatorio.
Qui entra la differenza tra misure “generali” e strumenti “mirati”.. Anche quando una norma è descritta come risposta a un problema reale, l’attenzione dei cittadini spesso si sposta sulle ricadute concrete: chi viene limitato, in che modo, e con quali criteri.. Misryoum richiama un principio di democrazia moderna: la libera informazione non dovrebbe dipendere da un comma, da una delibera o da una fretta politica.. Il 23 contrari contro 11 favorevoli racconta un dato secco, ma soprattutto una scelta collettiva di campo, almeno in quella votazione.
Dietro la sconfitta parlamentare c’è un rischio che vale per tutti: quando si cerca di contenere un soggetto critico con strumenti amministrativi o nuovi paletti, si finisce spesso per spostare il problema dalla qualità del dibattito alla sua repressione.. Misryoum sottolinea che già esistono strumenti per gestire diffamazione e calunnia, quindi l’eventuale necessità di nuove “manette” non sarebbe una questione di giustizia, ma di volontà di fermare chi non si lascia intimidire.
Per la popolazione e per il circuito dell’informazione, la conseguenza più immediata è una: il diritto di cronaca e la possibilità di raccontare restano al centro, almeno nel perimetro definito da quella bocciatura.. Per il futuro, resta però aperta la domanda più concreta: come si affronta disinformazione e odio senza comprimere la libertà di espressione?. È lì che si giocherà il prossimo confronto, perché la rete corre veloce e la politica, quando reagisce tardi o con strumenti sbagliati, rischia di alimentare proprio quel clima tossico che dice di voler debellare.