Andrea Garofalo, mazzette per il certificato antimafia: «Così eviti le carocchie»

Andrea Garofalo, l’ispettore in servizio alla Questura di Caserta, ha deciso di non parlare. Chiuso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere ormai da due giorni, si è presentato davanti al gip Dario Berrino, ma ha preferito il silenzio. Niente dichiarazioni, niente spiegazioni. È accusato di concussione e rivelazione di segreto d’ufficio, reati pesanti che lo hanno portato dritto dietro le sbarre insieme al commercialista Domenico D’Agostino, finito anche lui nell’ordinanza che ricostruisce una rete di pressioni insospettabili. O forse no, visto il ruolo che ricopriva.
Nato a Luton, in Inghilterra, cinquantasei anni fa, Garofalo non era un poliziotto qualunque. Si occupava di accertamenti patrimoniali e informazioni antimafia. Insomma, stava proprio lì dove si decidono le sorti delle aziende. Una posizione delicata, che secondo Misryoum avrebbe sfruttato per fare leva su imprenditori spaventati dalla famigerata “carocchia”, ovvero l’interdittiva antimafia. Che brutta parola, messa così, quasi un destino segnato.
Le denunce sono arrivate da due imprenditori, uno del settore calcestruzzo e un costruttore. Raccontano di incontri in cui il poliziotto, col Rolex bene in vista al polso, si presentava come “Andrea della Prefettura”. Richieste di soldi — diecimila euro, quindicimila, a seconda dei casi — e persino due colombe pasquali di un noto pasticcere di Casal di Principe. Roba da non credere, se non fosse tutto scritto in un’ordinanza di sessanta pagine che puzza di caffè freddo e stanze chiuse. C’era anche l’abitudine di chiudere i cellulari in bagno prima di parlare, per paura di essere intercettati, o forse per quel senso di onnipotenza che ti fa sentire al sicuro fino a quando non ti bussa alla porta la Squadra Mobile. È ironico, no? I suoi stessi colleghi, guidati da Massimiliano Russo, lo hanno incastrato seguendo i suoi spostamenti sull’Audi Q5 Sportback.
«Ti fai male davvero», diceva alle sue vittime. Minacce velate, che nascondevano il rischio concreto di blocco totale per le aziende che puntavano a lavori milionari, come quelli per le biomasse. Gli investigatori hanno monitorato tutto: le uscite dallo studio del commercialista, le foto, le fatture che sembravano quasi finte, o forse lo erano proprio. È un sistema che ora dovrà essere sviscerato a fondo, perché oltre a quelle due denunce, il materiale sequestrato parla di altre quindici fatture simili. Magari c’è dell’altro, chi può dirlo? Per ora c’è solo la sospensione dal servizio e il silenzio del gip.
L’indagine, coordinata dalla Procura di Napoli Nord con la solita prudenza necessaria quando si tocca un collega, non si ferma qui. Non c’è stato l’interrogatorio preventivo della legge Nordio; l’urgenza di proteggere la regolarità delle iscrizioni alle white list era troppa. D’altronde, la fiducia nelle istituzioni è una cosa fragile, si rompe in un attimo e poi rimetterla insieme… beh, buona fortuna.